Intervista esclusiva con Cliff Thorburn, campione del mondo nel 1980 e uno dei giocatori più iconici della storia dello snooker. In una lunga chiacchierata abbiamo parlato della sua carriera e ripercorso alcuni dei momenti più emozionanti vissuti sul panno verde e non.

Il giorno della mia intervista con Cliff Thorburn mi sono sentito un po’ come il grande scrittore Mordecai Richler. Di certo non per il talento letterario, ma per un aneddoto raccontato nel suo libro “On Snooker”. Richler, mentre esagerava con il whisky e si soffermava sulle bellezze locali, racconta infatti di un appuntamento con Thorburn al bar del Crucible Theatre di Sheffield, impegno a quanto pare disertato o ignorato all’ultimo dal giocatore di Victoria. Ciò sembrava dover accadere anche a me, visto che il campione del mondo nel 1980 non mi aveva dato alcuna conferma sulla data e l’ora dell’intervista. Invece, puntualissimo, si è fatto trovare pronto. Il giorno prima aveva celebrato il suo anniversario di matrimonio. “Ma non potevo perdermi quest’occasione, d’altronde parliamo del mio argomento preferito: me stesso.”

Thorburn ha 73 anni, è in gran forma e ha ancora uno spiccato senso dello humour. C’è ancora un qualcosa di speciale nei suoi occhi vispi, che si infiammano quando i ricordi riaffiorano. La sua memoria è strabiliante e mi è parso di rivivere alcuni momenti da lui raccontati mentre siamo ritornati indietro nel tempo.

Una storia iniziata con un divorzio repentino, anni passati in orfanotrofio e un’infanzia non facile, caratterizzata da un’ossessione: lo sport. Cliff, cresciuto con il padre e la nonna, crede per svariati anni che sua madre sia morta. La scuola non fa per lui, ma sin sa subito è sicuro di una cosa: da grande farà lo sportivo. Gioca con buoni risultati a baseball, a lacrosse, persino come portiere della squadra locale di calcio. “L’Italia sta giocando bene durante l’Europeo, ho seguito le partite in tv. Mi è sempre piaciuto il calcio, in porta non me la cavavo affatto male. D’altronde ho sempre avuto buone mani, era il resto del corpo che non era un granché!”

Il biliardo è arrivato dopo, ma è stato sin da subito amore a prima vista. Adrenalina, scommesse, il pubblico occasionale in visibilio. Dopo aver assistito a un match di pool, Cliff non aveva dubbi. Era quello il suo mondo. Il suo ricordo va subito al compianto Bill Werbeniuk, che all’epoca non era ancora “Big” ma un ragazzino ossessionato da qualsiasi gioco su cui si potesse scommettere, dal biliardo agli scacchi. Werbeniuk era figlio di “Shorty”, un gangster di origini ucraine che in Canada non si era fatto mancare nulla, dalle rapine a mano armata allo spaccio di droga. Era lui l’originale “The Grinder”, soprannome con cui Thorburn sarebbe poi divenuto famoso nel Regno Unito.

Fu proprio nella fredda Winnipeg, città dei Werbeniuk, che Cliff prese una decisione. “Vuoi sapere quando mi convinsi che giocare a snooker era tutto ciò che volevo nella mia vita? Ero in sala con Bill, non accadde nulla di sensazionale. Però giocavo bene, o almeno lo credevo. Decisi che sarei diventato un giocatore di snooker. Quando lo dissi a mio padre lui rispose: “Smettila. Va’ in chiesa, piuttosto.” In chiesa non ci andai, il resto della storia ogni appassionato di snooker la conosce.”

Il legame tra Canada e snooker è stato rivoluzionario sin da subito. Il gioco era ben diffuso su tutto il territorio, ma l’influenza degli Stati Uniti modificò non solo lo stile ma anche tutto l’ambiente circostante al biliardo. Una miscela affascinante, in cui l’atmosfera realisticamente catturata da Robert Rossen in “Lo spaccone” veniva ricreata sugli enormi tavoli inglesi. Si giocava in periferia, su panni spelacchiati e i soldi passavano di mano in fretta. Se ti andava male, qualcuno ti poteva puntare una pistola alla testa.

Thorburn si lascia alle spalle famiglia e affetti e parte all’avventura. Qualche lavoretto occasionale soltanto per incassare qualche dollaro da reinvestire al tavolo. Viaggi interminabili con mezzi di fortuna. Match giocati con quindici gialle al posto delle rosse. Minatori francesi, criminali di mezza tacca, giocatori di classe sopraffina come il grande George Chenier. Ore interminabili a parlare dei dettagli tecnici dell’impostazione di steccata di un giocatore sconosciuto. È stata questa la scuola di Cliff.

“Divenni un ottimo “giocatore da strada”. Dovevo adattarmi sempre alle condizioni che mi venivano imposte. Di solito giocavo sempre sul tavolo preferito del mio avversario! Non partecipavo mai ai tornei, soltanto match per soldi. Gli spettatori a volte mi condizionavano così tanto che non riuscivo neanche a tenere la stecca in mano. Ho incontrato persone meravigliose e ovviamente anche qualche idiota.

Soltanto a diciott’anni mi resi conto che esisteva il campionato del mondo. Ero a Thunder Bay, vicino il Lago Superiore, quando trovai in una sala un ritaglio di giornale dove era immortalato Joe Davis, che aveva realizzato il primo 147 della storia. Una cosa di quei tempi la ricordo molto bene ancora oggi. Cinque dollari erano essenziali per poter entrare in gioco e dovevi cercare poi di non perdere mai. Se ciò accadeva, di solito non avevi un posto dove stare e fuori c’erano venti gradi sotto zero. Credo sia stata una grande lezione.”

Un giovane Thorburn al tavolo.

Tavoli da snooker unici nel loro genere e uno stile di gioco influenzato grandemente dal pool permisero ai canadesi di impressionare anche coloro che il gioco lo avevano inventato e sviluppato.

Già negli anni ’30 Conrad Stanbury e Clare O’Donnell suscitarono scalpore quando giunsero a Londra per competere al campionato del mondo. Fred Davis, otto volte campione del mondo, descrisse così l’ingresso in sala di O’Donnell: “Alla Thurston Arena c’era l’obbligo di vestirsi in abito da sera, senza giacca. O’Donnell fece il suo ingresso e tutti iniziarono a fissarlo. Non aveva il gilet e in bella mostra c’era una cintura di pelle con inserti d’argento. Ancora di più stupì il suo stile di gioco. La violenza con cui imbucava era devastante. A quell’epoca si giocavano ancora tocchi delicati derivanti dall’English Billiards. I canadesi cambiarono il nostro modo di vedere il gioco.”

“Clare O’Donnell! Certo, che lo ricordo! Lo incontrai più di una volta negli anni ’60. I suoi giorni di gloria erano passati ma era ancora in grado di imbucare con una potenza fuori dal comune. Alcune persone nelle sale a Toronto dicevano: “Guarda come sono deformate queste buche, sarà passato O’Donnell a giocare.” Il nostro stile sul tavolo da snooker era influenzato parecchio dal pool e una grande differenza la facevano anche le bilie, che erano diverse da quelle in Super Crystalate usate nel Regno Unito. Anche le buche incidevano, da noi erano più grandi.

Quando arrivai a Londra, dove i tavoli non erano riscaldati, le buche più strette e le bilie diverse, sembrava non avessi mai tenuto in mano una stecca in vita mia. La differenza era come quella tra ping pong e tennis, senza togliere nulla all’uno o all’altro. Quando io e Bill Werbeniuk arrivammo in Gran Bretagna, le persone ci dicevano: “Ma come mai non riuscite a giocare come facevate in Canada?”. La risposta sembrerà ovvia adesso. Questa è senza dubbi una scusa, ma sai, a nessuno importa sentire l’opinione di chi cerca scuse.”

L’uomo che diede una svolta alla vita di Cliff Thorburn fu un elegante inglese del Lancashire. John Spencer giocava uno snooker raffinato ma allo stesso tempo evoluto, sfruttando il lungo backswing per generare una potenza che nessuno riusciva a eguagliare. Fu il primo ad utilizzare con costanza retrò e side; la sua costruzione della serie era impeccabile. Spencer nel 1971 era campione del mondo e si ritrovò in Canada per giocare delle esibizioni a Edmonton e Calgary.

Thorburn all’epoca aveva venticinque anni e alle spalle appena cinque tornei disputati in carriera. Il giocatore di Bolton notò subito quel ragazzo dalla pettinatura in stile afro e dalla grinta fuori dal comune. Spencer amava le scommesse e il suo istinto gli disse che Thorburn aveva la stoffa per cimentarsi con i migliori: propone la candidatura del canadese alla Federazione e nel 1973 Cliff giunse nel Regno Unito. Il suo obiettivo: dimostrare di essere il migliore.

La sua ascesa è lenta ma costante. Nel 1974 vince il Canadian Open, nel 1975 raggiunge i quarti di finale al campionato del mondo. Diventa uno dei giocatori con cui nessuno vuole avere a che fare al tavolo. Thorburn è lento e metodico, ma allo stesso tempo non molla mai e sa punire l’avversario giocando, quando conta, uno snooker brillante. Nel 1977 si avvicina al suo scopo: ottiene la finale al torneo più importante della stagione, che si disputa per la prima volta al Crucible Theatre di Sheffield. Il suo avversario è proprio John Spencer, colui che lo ha lanciato tra i professionisti. Dopo essere stato avanti anche 15-11, sarà l’inglese ad aggiudicarsi il titolo, chiudendo sul 25-21. La sconfitta è dura per Cliff, ma gli dà consapevolezza. La sua grande occasione arriverà esattamente tre anni dopo.

John Spencer e Cliff Thorburn immortalati nella classica foto di rito prima della finale del campionato del mondo nel 1977.

Campionato del mondo 1980. Cliff Thorburn non ha dubbi: è il suo anno. Prima dell’inizio del torneo si trasferisce a Sheffield. Un amico lo ospita in una sala non distante dal Crucible. Cliff si allena duramente. Smette di bere e di fumare. Si sente pronto a dare battaglia e conquistare il titolo.
L’inizio non è affatto dei migliori, Doug Mountjoy chiude la prima sessione avanti 5-3. Cliff è fortunato a chiudere con uno scarto minimo. Secondo lui si poteva anche essere sull’8-0. Allora decide in corsa di cambiare strategia. Passa la notte a giocare a carte con gli amici, fuma, beve e rientra in camera alle cinque del mattino. Appena ritorna in sala la mattina seguente, si aggiudica cinque frame consecutivi. A quel punto il suo cammino verso la finale sarà spianato.

“Adesso sto pensando al fatto che oggi la mia vita è completamente diversa! L’alcool non faceva una grossa differenza, anche perché non bevevo tutti i giorni. Ma non poter fumare mi faceva sentire estremamente nervoso. Ero un fascio di nervi. Ricominciai con le sigarette, bevvi sei drink la notta prima e entrai in sala convinto di poter battere Mountjoy. Quando poi vinsi la finale con Higgins sentii un grande sollievo. Peccato che durò soltanto per pochi secondi. Il mio primo pensiero, o tormento che dir si voglia, era difendere l’anno successivo il titolo conquistato. Adesso che ci ripenso, tutti oggi portano il trofeo con loro, in sala stampa o in giro per la sala. Il mio se ne restò per tutto il tempo nel bagagliaio dell’auto.

Onestamente mi importava poco degli obblighi a cui ero tenuto come campione del mondo, volevo soltanto ritornarmene in Canada. Ci misi un mese per farlo, ma fu bello vedere tante persone all’aeroporto a distanza di tanto tempo. Nonostante il mio essere arrivato tardi sulla scena professionistica, ho sempre saputo di avere l’occasione di essere campione del mondo. Ho lottato con tutte le mie forze, e ci sono riuscito. Il mio obiettivo era non diventare il più forte giocatore a non aver mai vinto il titolo più importante. Stimo e ammiro Jimmy White, ma non vorrei mai sopportare il peso che lui si porta dietro.”

Il primo incontro tra Thorburn e Higgins probabilmente segnò il rapporto tra i due per sempre. Cliff era arrivato a Londra da pochi giorni, Alex lo seppe e lo sfidò offrendogli un handicap di 40 punti. Posta in palio per match: cinque sterline. Thorburn accettò soltanto 28 punti di vantaggio e a quanto pare vinse tutti gli incontri. Higgins scappò via senza pagare, minacciando di colpire il rivale con una bilia. Tra i due ne sono successe di tutti i colori, al tavolo ma anche fuori. Il successo nella finale del 1980 con il punteggio di 18-16 fu dunque una soddisfazione ulteriore.

“Higgins mi dava semplicemente fastidio. Non ho mai incontrato una persona più ossessionata dalla vittoria di Alex. Doveva vincere ogni singolo match, lo pretendeva da sé stesso e dal suo gioco. Ma fui io quello ad essere più affamato di vittoria in quella partita. In pochi si ricordano come vinsi. Negli ultimi due frame giocai uno snooker in pratica perfetto. Misi a segno anche un paio di plant di estrema difficoltà. Mi portai a casa l’incontro senza sbagliare neanche una bilia.”

Fu dopo quel match che lo stesso Higgins affibbiò a Thorburn il soprannome “The Grinder”, “Il Macinatore”. Un soprannome contrapposto a quello con cui il canadese voleva essere riconosciuto: “Champagne Cliff”. Con il tempo e con la solita verve, Thorburn seppe anche sdrammatizzare su un nomignolo che non gli piacque mai. Memorabile una sua citazione in una conferenza stampa: “Sono il più veloce dei giocatori lenti e il più lento dei giocatori veloci.”

“Mettiamolo in chiaro, non sono mai stato penalizzato per aver giocato troppo lentamente in un match. Steve Davis era molto veloce al tavolo quando aveva iniziato a giocare, ma si rese conto che per perfezionarsi sotto tutti i punti di vista aveva bisogno di rallentare il suo ritmo. Confesso che mi dava un po’ fastidio il continuo rimarcare la mia lentezza. E per qualche strana ragione, o forse no, ho tantissimi oggetti a forma di tartaruga!

Non che li collezioni, ma guarda tu il caso, la moglie di un mio amico una volta aveva realizzato una serie di fermaporte a forma di animali e a me toccò la tartaruga! Forse c’è qualcosa che ci attrae… Tecnicamente ammetto di non essere stato sempre impeccabile, però mi sono dedicato con tutto me stesso a migliorare. Quando incontrai per la prima volta John Spencer, giocatore tecnicamente perfetto e di un’eleganza rara, ricordo una frase che mi disse: “Smettila di farmi così tante domande!”

Dopo il trionfo del 1980, Thorburn si impose come uno dei giocatori dominanti sul circuito. Provò a interrompere la “maledizione” del Crucible l’anno successivo, ma fu fermato da Steve Davis nelle semifinali con il punteggio di 16-10. Esemplificativo di quel match fu il questionario per la Federazione compilato da Cliff al termine del match:
“Condizioni del tavolo: Eccellenti. Atmosfera: Come potrebbe essercene una migliore? Illuminazione: Adeguata.
Arbitro: Eccellente. Commenti: Non mi piace perdere.”

Nonostante la delusione, divenne numero uno al mondo durante la stagione 1981/1982. Vinse il Masters per ben tre volte (1983, 1985, 1986), diventando il primo giocatore in grado di confermarsi campione nel più prestigioso torneo ad inviti dello snooker. Il suo nome restò però impresso per sempre nella storia del gioco quando proprio nel 1983 realizzò il primo 147 della storia del campionato del mondo. I suoi ricordi di quel quarto frame del match di secondo turno contro Terry Griffiths sono ancora vividi. Memorabile l’imbucata fortunosa con cui la prima rossa finì in buca.

“Scherzando, dopo quell’imbucata, dissi che mi sentii in colpa con Terry per mezzo secondo. Tutti pretendevano che mi sentissi in colpa dopo quel fluke, ma nella mia carriera tanti avversari hanno avuto la fortuna dalla loro parte e non mi sembra che nessuno mi abbia mai chiesto scusa.

Qualche mese prima del match sognai di realizzare un 147 al campionato del mondo. Quando imbucai la nera, mi sembrava che ciò fosse già accaduto. Arrivai ai colori della serie finale in uno stato d’eccitazione assoluta. Volevo che quell’ultima nera entrasse nel cuore della buca, senza toccare i ganascini. Quello è stato uno dei momenti in cui sono riuscito a sorprendere anche me stesso. È curioso che in Canada il mio nome sia di solito associato alla vittoria del campionato del mondo, ma nel Regno Unito tutti mi ricordano ancora per quel 147. Te lo dico in esclusiva per i tuoi lettori, quando vinsi il campionato del mondo non ho mai imbucato una singola bilia con un fluke!”

Durante tutti gli anni ’80 Thorburn fu un giocatore di riferimento. Quando una nuova generazione di giocatori, capitanata dal cannibale Stephen Hendry, si affacciò sul circuito senza alcun timore reverenziale, i giorni d’oro di Cliff erano già passati. Negli anni ’90 furono ben pochi i successi e un colpo devastante gli fu sferrato dal giovane Nigel Bond al campionato del mondo 1994. Thorburn era riuscito a passare dalle forche caudine delle qualificazioni e si trovava avanti 9-2, in totale controllo dell’incontro. Finì per perdere 10-9. Fu l’ultima volta che giocò al campionato del mondo. L’anno successivo decise di ritirarsi.

Cliff ha continuato a giocare a livello amatoriale e allo stesso tempo ha intrapreso una carriera di allenatore che continua ancora oggi. Nel 2018, a settant’anni suonati, ritornò trionfalmente al Crucible Theatre per aggiudicarsi il Seniors Masters. La sua passione per lo snooker non si è mai assopita, mentre quest’ultimo ormai da decenni sembra non riscuotere più successo in Canada. Alain Robidoux, ultimo giocatore di livello, si è ormai ritirato da più di quindici anni.

Thorburn con il trofeo conquistato al Seniors Master nel 2018.

“Se c’è una ragione concreta che mi viene in mente è il fatto che tutti hanno iniziato a giocare a pool. Sembra che le buche grandi diano soddisfazione un po’ a tutti. Le sale da pool sono una grande attrattiva qui. La musica, i drink e una bella atmosfera attraggono in pratica tutti i giovani. Mi sono reso conto che in tanti pensano che basta avere una stecca costosa e una bella ragazza al fianco per sentirsi realizzati in sala. Va bene che ci sia la musica e l’atmosfera, ma le sale da biliardo secondo me devono essere anche come biblioteche. L’unica cosa che si deve sentire per alcune ore è il “click” delle bilie. Personalmente sto lavorando affinché ci sia di nuovo interesse per lo snooker in Canada. E sono certo che potrà ritornare ad essere popolare tra qualche tempo.”

Sono passati tanti anni, ma Cliff mi dà la stessa impressione di quel ragazzino che girovagava per il Canada armato soltanto della sua stecca. E se tante cose sono cambiate nella sua vita, resta senza dubbi immutato il suo amore sconfinato per lo snooker.

Sull'autore

Marco Staiano

Le sale fumose, i cazzotti, bere fino all'alba, scommettere l'ultima sterlina sul frame decisivo. Gilet all'ultima moda e cravatte sgargianti. Il genio e la sregolatezza in una stecca. Le macchine da guerra del panno verde. Il Crucible Theater. Sogni, speranze e illusioni celati in ventidue bilie colorate.

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