Non soltanto i grandi campioni danno il loro contributo alla storia dello snooker. C’è chi lo fa lavorando dietro le quinte, perché no, con un tocco di eccentricità. Questa è la storia di Anthony Bridge. Dal vendere metal detector sino a diventare un punto di riferimento nella vendita di stecche e accessori. Senza dimenticare la carriera come manager e giocatore professionista.

Parte 3: il Giocatore

Nove anni dopo aver smesso di occuparmi di altri giocatori come manager, divenni un professionista. Chiunque poteva esserlo, bastava pagare 500 sterline. Mi tolse parecchio tempo dal mio lavoro ma mi resi conto che poteva aiutarmi ad aumentare le vendite, quindi insieme ad altre 700 persone, inclusi Ronnie O’Sullivan, John Higgins e Mark Williams, pagai la mia quota d’iscrizione e entrai a far parte dell’orda di speranzosi che si assemblava al Norbreck Castle Hotel di Blackpool.

Il mio primo match fu contro un tale chiamato Chris Hamson. Quando vinsi il primo frame, il mio obiettivo era tornare a casa da imbattuto. Persi 5-2, ma non mi importava perché avevo ancora altri incontri da giocare, 6 con una quota d’iscrizione da 100 sterline e il Campionato del Mondo (prezzo: 250£).

In carriera ho affrontato alcuni ottimi giocatori: Michael Judge, Quinten Hann, David Gilbert e Bjorn Haneveer tra gli altri. Quinten, che mi disse di essere più forte di Jimmy White, era disperato e cercava di attrarre l’attenzione di tutti realizzando la serie più alta della giornata in cui lo affrontai. Era già un nome conosciuto e i suoi match attiravano sempre circa 30 spettatori, il massimo che i cubicoli in cui giocavamo potesse contenere.

Quinten aveva vinto tutti i suoi match 5-0 ed era avanti contro me 3-0, ma non aveva ancora realizzato centoni. Quindi al tiro d’apertura spaccò il triangolo delle rosse, consapevole del fatto che non fossi in grado di punirlo. Misi insieme però tre break da 20 punti e vinsi quel parziale. L’australiano si aggiudicò il successivo con una serie da 60 e poi aprì di nuovo per me il tavolo. Ancora una volta mi aggiudicai il frame, spezzettato e poco spettacolare. Quinten chiuse i conti poi con un break da 70 ma alla fine del match mi batté una mano sulla spalla e mi disse che avevo vinto più frame di tutti gli altri avversari affrontati.

Nei mesi successivi mi abituai a perdere sempre 5-0, ma ogni volta cercavo di impormi degli obiettivi. Ad esempio, non dovevo essere il primo sconfitto a lasciare la sala. 24 incontri iniziavano alle 10, lo stesso numero alle 2 e il tutto si ripeteva anche alle 19. Alcuni degli sconfitti se ne andavano via dopo neanche un’ora e questo tempo includeva anche la pausa da 20 minuti al termine del quarto frame!

In un capanno nel mio giardino mi ero costruito una replica in miniatura dell’arena di Blackpool, con la stessa luce, riscaldamento uguale e panno identico e preciso a quello usato in torneo. Altri professionisti venivano ad allenarsi da me, ma io non riuscivo mai a replicare le condizioni veloci dei tavoli del Norbreck. In partita non riuscivo mai a controllare bene la bianca e in allenamento il mio tavolo era sicuramente in un luogo troppo umido per essere veloce, nonostante il riscaldamento e una cura maniacale dei dettagli.

Una volta giocai contro un canadese di Toronto, che mi chiese se fossi l’Anthony Bridge che vendeva stecche e che millantava di avere la più grande collezione di stecche al mondo. Quando gli risposi di sì, mi chiese subito una brochure, perché al termine della settimana avrebbe inaugurato una sala da pool e snooker. Mi chiese se poteva fare un ordine. Ovviamente risposi affermativamente. Dopo ogni frame, mentre l’arbitro sistemava le bilie, parlavamo per chiudere l’affare. Durante l’intervallo, continuò a lavorare al suo ordine e poi vinse la partita 5-3. Qualche giorno dopo perse il match successivo alla mattina e riprese l’aereo per Toronto. Alle 3 del pomeriggio, quando arrivò, il suo ordine lo aspettava già in Canada.

Il mio torneo preferito era il Benson&Hedges Championship, un torneo di qualificazione che garantiva posti al Masters a Wembley. Lo sponsor regalava sempre tanti gadget: tazza da caffè, t-shirt, cavatappi, termometro per il vino e naturalmente centinaia di sigarette. Un anno si disputò a Malvern, quindi per essere puntuale alle 10 del mattino, passai la notte a Worcester. Soltanto il fiume Severn mi separava dalla sede di gioco. Quella notte però il fiume straripò ed era quasi due metri più alto del solito. Il ponte era strapieno di traffico e quindi decisi di andare a sud, alla ricerca di un altro modo per arrivare. Dovetti guidare per kilometri prima di arrivare a Upton-on-Severn e attraversare il fiume.

Telefonai John Williams, direttore del torneo, e mi disse che avrei dovuto concedere 4 frame al mio avversario fin quando non sarei arrivato. Soltanto l’intervallo di venti minuti avrebbe potuto salvarmi. Mi affrettai, ma riuscii ad arrivare giusto in tempo per il quinto frame. Avevo bisogno di vincere tutti i parziali per poter vincere. Ovviamente persi e i giornali sfruttarono la palla al balzo. Un giornalista fantasioso scrisse come titolo del suo articolo “A.Bridge too far” (Un ponte troppo lontano, gioco di parole tra il cognome del giocatore e il suo significato letterale “ponte”, ndr).

Il ranking era costruito sui punti guadagnati ma non tutti i giocatori iscritti si presentavano. Grazie a diverse assenze dei miei avversari, iniziai ad accumulare punti e così entravo in gioco a partire dal secondo o dal terzo turno e non dall’inizio. In sei anni passai dalla posizione 900 a quella 350. Poi accadde l’incredibile. Vinsi 5-2 un match di qualificazione al Campionato del Mondo e i miei punti raddoppiarono. Brevemente fui il numero 150 al mondo.

A 56 anni però sentii che era arrivato il momento di smettere. Mi ero fatto quasi 50.000 kilometri in auto e speso più di 10.000 sterline in quote d’iscrizione, oltre ad aver pagato a mie spese hotel, cibo e benzina. Ho giocato 80 match da professionista, vincendone soltanto uno in 13 anni. Non ho guadagnato neanche un singolo centesimo in prize money. L’unica cosa che ancora oggi mi ricorda di tutti i miei sforzi è una tazza della Benson&Hedges. Ancora oggi ci bevo il caffè.

La carriera di Anthony Bridge in dettaglio su CueTracker

Anthony Bridge, la mia vita e lo snooker: un compendio (2)

Sull'autore

Marco Staiano

Sogni, speranze e illusioni celati in ventidue bilie colorate.

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