Cliff Thorburn da ragazzino ha lasciato la scuola e armato di stecca ha girato in lungo e in largo l’intero Canada facendo l’unica cosa che amava fare: giocare a biliardo. Dall’incontro con il grande George Chenier a personaggi pittoreschi, un concentrato di storie decisamente affascinante. Con una chicca finale: la sola volta in cui Cliff ha ammesso di essere stato veloce in qualcosa…

Me ne andai a Toronto per circa un mese soltanto per vedere Chenier giocare. Lì iniziai a frequentare un posto chiamato Plaza Billiards, che oggi non esiste più. C’era un tizio lì dentro che scommetteva forte sui cavalli. Fumava sigari e giocava a snooker utilizzando il classico ponticello da pool. Le persone andavano da lui ogni ora e gli chiedevano: “Vuoi giocare?” e lui rispondeva sempre “Sì” e poi batteva tutti quanti. Vedevo le banconote fioccare nelle sue tasche e pensavo: “Che modo meraviglioso di vivere!”. Mi sentivo come una mosca lì dentro, non mi sarei mai azzardato di giocare contro quell’uomo con il sigaro.

Imparai tanto all’epoca. Tutti i vincenti si comportavano sempre nello stesso modo: sguardo di ghiaccio, niente sorrisi e indecifrabilità assoluta. Ciò spaventava la maggior parte delle persone ed era quello che dovevo fare. Quando iniziai, mi resi conto che si addiceva alla perfezione al mio carattere. Posso divertirmi come un matto quando non gioco a snooker, ma quando sono nel mezzo di una partita trovo difficile non essere serio.

Alla fine incontrai Chenier in una sala chiamata “The Golden Mile”. Quando entrai stava imbucando le ultime tre mani di rossa-nera, niente di speciale, ma subito notai che c’era qualcosa nel suo modo di colpire le bilie. Era la prima volta che avevo visto la classe in vita mia. Restai ammaliato. Decisi che quello era il modo in cui volevo giocare anche io. Non era lento ma aveva bisogno di qualche secondo per studiare bene il colpo e prepararsi per il tiro successivo. A quel tempo era vecchio e malato e non aveva molta potenza nella steccata, ma sapevo che quelli che sapevano tirare solo forte perdevano soldi ogni singolo giorno.

Più tardi, molto più tardi, ebbi modo di conoscerlo. Era una persona fantastica e ha aiutato personalmente me e tante altri. Si recò in Gran Bretagna soltanto una volta ed è un grande peccato non lo abbia fatto più spesso, ma odiava la politica dietro lo snooker e si sentì preso in giro quando il suo 144 non fu riconosciuto come record. Poco tempo dopo Joe Davis realizzò un 146 e fu subito riconosciuto come primato. E a quel punto George si presentò furioso come una bestia agli uffici del Control Council e urlò: “Voi e i fott*** americani siete uguali. Dite e fate entrambi un sacco di stronzate, ma almeno gli americani ti forniscono delle prove.”

Tra l’altro George era daltonico e doveva far molta attenzione a non confondere la marrone con una delle rosse. La sua impostazione sulla stecca era molto più alta rispetto a quella di un giocatore moderno: Chenier mirava direttamente al cuoietto della stecca, la tipica impostazione del giocatore di pool. Quella sera a Toronto però ero soltanto uno dei tanti ragazzini di passaggio. Durante il terzo frame realizzò un 127. Non mi sarei mai sognato di rivolgergli la parola. Non avrei saputo neanche cosa dirgli. A quel tempo ero un giocatore da 30/40 punti a serie, ma ero in grado di badare a me stesso da solo e stavo girando il Canada intero a mie spese. Sapevo quanto costava andare da A a B. Conoscevo il prezzo di una camera d’albergo. Sapevo quanto costava un buon pasto.

Quando ritornai a Victoria, iniziai a convivere con una ragazza chiamata Cheryl Ferguson. Aveva una Chevrolet 53, rossa fiammante. Era una ragazza che sapeva il fatto suo: ci pensava lei a me. Vivevo con lei e giocavo a snooker. In quel periodo realizzai una serie da 65. Lavavo i piatti in un locale e poi la sera andavo a giocare per soldi in giro per la città.

Quando avevo 18 o 19 anni, ricordo che insieme a Gabe Tarini e Roger Frenette andammo a Sudbury per alzare un po’ di grana. C’erano un sacco di miniere di nickel nella zona e quindi tanti francesi pronti a giocare per soldi. Giocavano a snooker, ma in una versione particolare chiamata “shellout”. Adoravo vederli giocare e dopo un po’ di tempo mi sentii pronto per strappargli bei soldi. Alla fine vissi in città per tre, quattro mesi.

Avevo un amico chiamato Mo La Plante. Aveva formato un gruppo musicale. Io ero il cantante e non eravamo così male. Abbiamo fatto qualche concerto, ma gli altri tre ragazzi che componevano la band finirono in carcere per furto con scasso e fummo costretti a scioglierci. Ci chiamavamo “The Sticks”, da non confondere con gli Styx, gruppo dell’epoca dei Beatles e degli Stones. Mo la sera tornava a casa dalla moglie perché era sposato. Io invece me ne andavo a passare la notte in una pensione. Facevamo la strada insieme e nel mentre cantavamo a pieni polmoni. Le persone urlavano: “State zitti!” o “Adesso chiamo la polizia”. Io e Mo avevamo voci molto acute e al nostro orecchio sembrava fossimo intonatissimi. Non stavo infrangendo la legge e stavo facendo le due cose che amavo di più: cantare e giocare a snooker.

Giocavo a snooker tutto il giorno. 14 ore erano la normalità per me e a quell’epoca ne ho incontrati di personaggi. Uno dei più pittoreschi è senza dubbi Gabby di Sturgeon Falls. Aveva un solo occhio, ma diamine, se sapeva imbucare. Divenne in seguito anche campione del mondo di braccio di ferro. Due o tre anni dopo giocai contro di lui a Toronto: soltanto la blu dal suo spot e la bianca sulla linea del baulk, 5 dollari a bilia. Imbucai 19 blu e finì per dovergli dare 5 dollari.

Una volta stava giocando contro un tizio e aveva appena imbucato la nera per vincere il frame. Gabby era andato al bagno e si era tolto il suo occhio, lo aveva messo sul tavolo e aveva detto a qualcuno: “Dai un occhio a questo tizio mentre io non ci sono.”

Gabby era un tipo eccezionale, ma anche una testa calda in un certo senso. Una volta fu costretto ad offrire a tutte le persone della sala una Coca Cola perché aveva sbagliato una nera dallo spot. Comprò venticinque lattine e le diede a tutti. Poi iniziò a strapparle di mano ai presenti, agitandole e versandole sul pavimento.

A Sturgeon Falls una volta stava giocando con questo venditore di auto e aveva sbagliato una nera decisiva, dal valore di ben 400 dollari. Allora disse al ragazzo dietro il bancone: “Quanto costano qui le stecche?” “5 dollari”. Gabby ruppe venti stecche, poi diede 100 dollari al ragazzo e se ne andò via. Inoltre era un tipo che si distraeva facilmente. Una volta sbagliò una nera e andò direttamente dall’altra parte della sala dove c’era un ragazzo con una camicia hawaiana rossa che giocava per fatti suoi. Gli andò incontro e lo prese per il collo: “Non ti azzardare a mettere quella camicia qui dentro un’altra volta.” Era pericoloso, forte come un bue ma quando ancora oggi provo a imbucare una blu dalla linea del baulk penso a lui. Riesco ancora a imbucare quel colpo il 75% delle volte.

Non riesco a mettere in ordine i miei viaggi, ma mi divertivo tantissimo. Ero un ragazzino ingenuo, con gli occhi chiari e i capelli a cespuglio. Era tutto una scoperta per me. Andavo ovunque ci fosse una possibilità.

Per un tempo sono stato a Vancouver. Eravamo in quattro o cinque e tutto quello che facevamo era giocare e parlare di snooker. Me ne andavo su e giù per la strada principale sotto la pioggia con la mia stecca in due pezzi e le persone che passavano in macchina e non mi conoscevano si facevano una bella risata. Ho lavorato a quel tempo per tre mesi su un camion della spazzatura. È l’unica cosa in vita mia in cui sono stato veloce.

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Sull'autore

Marco Staiano

Le sale fumose, i cazzotti, bere fino all'alba, scommettere l'ultima sterlina sul frame decisivo. Gilet all'ultima moda e cravatte sgargianti. Il genio e la sregolatezza in una stecca. Le macchine da guerra del panno verde. Il Crucible Theater. Sogni, speranze e illusioni celati in ventidue bilie colorate.

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